Mary Poppins Meets Ninì Tirabusciò

Poteva essere una domenica mattina come tante altre (leggi: sveglia a mezzogiorno, doccia hollywoodiana e caffè) e invece stavolta mi sono alzato prima del previsto e ho sconsideratamente acceso la TV. E ho visto.
Ho visto il futuro della fiction italiana. Si chiama “Anna e i Cinque”.

Ho guardato tutta la puntata (la replica di quella andata in prime time qualche sera addietro) poi ho fatto quello che faccio sempre nei momenti di incertezza: ho sguinzagliato Google per capire a cosa avevo appena assistito. E ho letto che questa nuova fiction è:

1) un grande sforzo produttivo
2) con attori di qualità
3) una favola moderna

Dato che i punti 1 e 2 mi erano completamente sfuggiti e che ho sempre nutrito il sospetto che la “favola moderna” sia una scusa per contrabbandare qualunque sceneggiatura inverosimilmente consolatoria, ho deciso di riassumere qui la mia esperienza sperando che qualche volonteroso mi spieghi dove sto sbagliando.

La protagonista è Sabrina Ferilli, nei panni (e qui dovrei licenziosamente scrivere “succinti”, ma non lo faccio e tra poco capirete perché) di una spogliarellista che lavora in un club privato con il nom de plume di Nina Monamour ma all’anagrafe fa Anna Modigliani. Il locale non se la passa tanto bene perché il proprietario (Raul Cremona. Raul, mi dispiace: persone fidate mi dicono che sei un bravo attore, ma accidenti qui è difficile accorgersene), nonché moroso dell’Anna, si è giocato tutto ai cavalli e si è messo in mano a uno strozzino. Costui, che sappiamo essere un malvagio perché veste di nero e ride di continuo come una jena in un mattatoio, vorrebbe concupire Anna-Nina ma lei non ne vuole sapere. Il cattivone, ça va sans dire, rivuole prontamente i suoi soldi altrimenti si prende il locale, che se non altro ha una clientela affezionata.

E qui arriva il colpo di scena: Anna viene a sapere che un ricco manager rampato (nel senso che i soldi li ha già fatti) cerca un’istitutrice per i suoi figli. Indossando un costume di scena da perfetta Tata svizzera, si presenta al colloquio ma lì per lì non va benissimo: si siede su un’opera d’arte, rimane chiusa in bagno e quando sfondano la porta la buttano a testa in giu nella Jacuzzi, il maggiordomo e il padre del manager se la spogliano con gli occhi, la governante la detesta subito… Chissà se riuscirà a riparare a questo inizio poco incoraggiante, trovare i soldi per salvare il locale e conquistare il cuore leggermente imbalsamato del manager? E pensate che bello se, una volta ottenuto il cardiaco trofeo, decidesse di abbandonare la vita della stripteaseuse e si occupasse a tempo pieno dei teneri frugoletti del suo bello? Oh, ma questo lascerebbe il suo attuale fidanzato e il locale senza l’attrazione principale! Oh, però ci sarebbe anche la sua amica che fino ad ora abbiamo visto vestita e calzata come un ussaro, ma magari in piume di struzzo farebbe anche lei la sua bella figura. O magari Anna tornerà dal vecchio fidanzato che finalmente capirà la differenza tra un cavallo e una pantegana e la smetterà di buttare soldi all’ippodromo. Pensate quanti possibili sviluppi in questa complessa vicenda!

E ora esaminiamo i punti-cardine della storia:

Nina lavora come spogliarellista, ma a quanto pare spogliarsi in pubblico non rientra nella sua job description. In effetti tutto quello che fa è indossare dei costumi blandamente fetish, ancheggiare in passerella al suono di una canzone spalancando scenograficamente le braccia e rimanere in lingerie dopo 10 secondi per poi tornarsene dietro le quinte. Dalla reazione del pubblico, capiamo che questo è sufficiente per mandare in deliquio il vero intenditore di striptease; se vogliamo dirla tutta, durante queste sequenze assistiamo al triste spettacolo di un gruppo di signori di una certa età che saltellano su e giù come dei gibboni infoiati, mentre più verosimilmente dovrebbero stare al circolo a giocare a boccette.
Avrete intuito che i fasti delle acrobazie erotico-ginniche di Demi Moore in “Striptease” o delle movenze flessuose di Jessica Alba in “Sin City” sono molto lontani: ma se non avete visto la puntata, forse non potete immaginare quanto. Ecco, pensate alla sottile differenza fra Lilì Marlène e un lampione dell’Enel e avrete una buona approssimazione.
A voler essere obiettivi, non riusciamo neanche a biasimare del tutto il bieco strozzino quando avanza la pretesa che la stripper si spogli effettivamente in scena. Oooh, il malvagio!

Ma veniamo alla ricchissima famiglia per cui Anna lavorerà come Tata. Il manager è Pierre Cosso, noto ai miei coetanei per essere stato quello che coglieva le mele al tempo delle medesime con Sophie Marceau. Qui, occorre dirlo, è un po’ dimesso e malinconico, con un pizzetto bicolore e gli occhi a fessura un po’ come Richard Gere in “Pretty Woman”. Per una maggiore caratterizzazione del personaggio, Pierre è un imprenditore spregiudicato, che alla facciaccia degli ammortizzatori sociali non si fa alcun problema ad acquisire e far chiudere aziende lasciando esuberi a destra e sinistra, guarda caso un po’ come Richard Gere in “Pretty Woman”.

Per il resto dell’entourage borghese, controlliamo la checklist:
– Figli tristi, complessati, che non sanno giocare, non mangiano e non parlano? Presenti.
– Una perfida arrampicatrice sociale che vuole spedire i deprimenti marmocchi nei collegi di mezzo mondo per poter coronare il suo sogno d’amore e rimpinguare le sue stock options con il bell’imprenditore? Presente.
– Un padre del manager viveur e licenzioso per quanto il figlio è lavoratore indefesso e sessualmente inibito? Presente (è uno dei gibboni imbarzottiti di cui sopra, grande fan di Nina Monamour).
– Un personale di servizio che guarda la Tata dall’alto in basso (specialmente quando lei è girata)? Presente.

Non so se è gia trapelato il senso, ma questa fiction non è esattamente un romanzo della Brontë in quanto ad analisi psicologica dei personaggi.
Però, come gia detto, è una “favola moderna” e a quanto pare questo giustifica una sceneggiatura che trabocca di luoghi comuni come una conversazione al bar dello sport.

Attendo fiducioso altri parti della mente degli autori neo-Fratelli Grimm: “Il Gatto Veste Stivali Di Prada”? “Cenerentola Emo Incontra Il Principe Truzzo”? “L’Immobiliarista Ranocchio”?

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