Una Combo di Cinema Nordico

Quelli molto fighi vanno al Sundance Film Festival; quelli ancora più alternativi vanno al Love and Anarchy; io invece vengo convocato al cinema dai miei amici solo quando ci sono film impressionanti, scandinavi o che parlano di informatica; o preferibilmente tutte e tre le cose insieme. In poche parole, nel giro di due giorni ho accettato (volentieri) di vedere “Uomini Che Odiano Le Donne” e sono stato indotto con una furba operazione di ingegneria sociale a sciropparmi “Antichrist”

Prima di tutto, il film di Lars von Trier. Avevo sentito parlare dell’accoglienza riservatagli a Cannes (fischi, risate, sberleffi, lanci di oggetti contundenti, malori in sala) e avevo letto alcuni giudizi del tipo “Il vecchio Lars ha sbroccato”, “L’ennesima provocazione di Lars il trasgressivo”, “Lars ci prende per i fondelli perché non sa più fare un film decente”. Ciononostante, non sapevo la ragione di tanto scandalo: quindi ho abboccato al sotterfugio dell’amico Guido che mi ha invitato con studiata noncuranza (via sms, mentre ero da un cliente e stavamo installando un software da due ore: sembravamo tirati giù dalla Zattera della Medusa)  per poi rivelarmi solo all’ultimo momento che il film era stato definito un “torture porno” dai critici più benevoli.

Ora, io notoriamente non sono capace di fare una recensione seria, quindi non voglio confrontarmi con i veri esperti di cinema: però sono in totale disaccordo con chi ha visto nel film una semplice “provocazione” (tra l’altro un termine che mi è diventato odioso). “Antichrist” mi è sembrata una pellicola sofferta, dolorosa e diretta, per quanto i momenti estetizzanti non manchino. Molti spettatori si sono detti infastiditi dalle sequenze di sesso non simulato: posso capire questo tipo di resistenza, anche se mi riesce difficile comprenderla in un critico di professione. Per me, è decisivo il fatto che la sessualità sia estremamente funzionale alla storia: questo non è un film pornografico, il sesso è un elemento narrativo esattamente come può esserlo in un libro di Henry Miller, tanto per fare un esempio.
E’ innegabile che “Antichrist” sia costantemente in bilico tra sublimità ed estrema sgradevolezza: la violenza che scoppia tra i due protagonisti nell’ultima mezz’ora è quasi insostenibile, sia per la crudezza delle immagini che per la prevalenza dell’elemento irrazionale e magico sulla Ragione. La Natura si incarna nel personaggio femminile, concentrandovi tutte le energie oscure e distruttive  che l’uomo aveva cercato di esorcizzare. La donna non è più la madre sofferente per la perdita del figlio, non è più la paziente depressa che dipende dal marito psicoterapeuta: diventa la Strega, l’infanticida e la persecutrice. Molti hanno ironizzato sulla visione di von Trier della femminilità: c’è da dire che nemmeno il mondo maschile trova una rappresentazione molto positiva. Il personaggio di Willem Dafoe è quasi fanaticamente razionale finché può mantenere il controllo sulla moglie e sui propri sentimenti, ma la sua analisi si dimostra errata, le sue convinzioni si sgretolano al confronto con la Natura-“chiesa di Satana” che compie continuamente intrusioni nella sua consapevolezza con visioni angoscianti. La sua stessa mascolinità viene umiliata e mutilata (e non solo simbolicamente, ahilui…) fino alla crisi finale. 

Ripeto, non voglio fingere di essere un vero critico: però vorrei invitare tutti quei pochi che mi leggono a cercare di vedere il film senza pregiudizi. Se non vi piace, potete dare la colpa all’amico Guido che mi ha incoraggiato a scriverne.

Al confronto, “Uomini che odiano le donne” è stato quasi rilassante. In questo caso, la mandante è stata Loredana che in un commento a un mio post precedente chiedeva la mia opinione sul realismo di questo film: la protagonista infatti è Lisbeth, una giovane hacker che viene incaricata di spiare un giornalista caduto in disgrazia e ottenere informazioni sul suo lavoro, rubandole dal suo portatile. E’ fondamentale ricordare che si tratta di un film svedese e non hollywoodiano: nel secondo caso infatti la scena si sarebbe svolta più o meno in questo modo:
– la hacker apre 18 finestre sul suo computer e inizia una connessione verso il portatile del giornalista, senza preoccuparsi di quale sistema operativo utilizzi e senza prendersi il disturbo di fare un port scan per capire quali servizi ci girino
– la hacker, dopo aver fissato per ore lo schermo (che, come sapete, deve essere obbligatoriamente riflesso sul suo viso nei primi piani) indovina in tre tentativi la password di accesso del giornalista, ossia quella che lui utilizza per fare il login in locale sulla sua macchina. Tale password in nessun caso dovrà mai essere una cosa tipo “w1r334as”, ma rigorosamente il nome della prima moglie, del cane o il titolo di un libro che sta leggendo
– se il giornalista fosse il Cattivo, a un certo punto un Virus da lui malignamente preparato (oooh…) cercherebbe di mangiarsi vivo il computer della Hacker, che eroicamente azionerebbe “il firewall” per respingere l’assalto.

Qui invece siamo in Svezia, quindi la Hacker non fa altro che schiaffare un bello spyware sul portatile del giornalista – nel film non si vede come lo faccia, ma mi dicono che nel libro questo è descritto nei particolari – e ogni tanto apre una connessione di desktop remoto per vedere cosa sta facendo. Certo, anche qui ci sono le proverbiali 18 finestre inutili aperte per fare scena: spiegatemi perché una dovrebbe voler vedere l’elenco dei file sul proprio disco o la configurazione del proprio firewall su svariate finestre del Terminale intanto che compie un’intrusione in una macchina altrui, invece di tenersi libero lo schermo. Ma vabbè, si sa che tutti i registi hanno un fetish per le schermate di roba incomprensibile che scorre sui monitor. L’altro luogo comune rispettato è che, come in quasi tutti i film, i buoni usano dei Macintosh (i cattivi usano fucili e mannaie).

Però dobbiamo assegnare un 10+ agli sceneggiatori per aver evitato uno degli errori più frequenti dell’informatica hollywoodiana: le immagini a risoluzione infinita. Ossia quell’inspiegabile fenomeno per cui (da Blade Runner in poi), quando un personaggio deve trovare un dettaglio in un’immagine digitalizzata, all’inizio non ci riesce perché questa è troppo sgranata: ma poi magicamente “aumenta la risoluzione”, ingrandisce gargantuescamente il tutto fino a quando i pixel mancanti non decidono arbitrariamente di comparire al loro posto, mostrando un volto perfettamente riconoscibile dove prima si aveva solamente una macchia grigiastra. I non informatici saranno sorpresi di sapere che questo procedimento implica che le informazioni non presenti nell’immagine originale si generino da sole. 

Ok, il film: la protagonista Lisbeth è verosimile quanto può esserlo una hacker autistica, con la memoria fotografica di Rain Man, l’affabilità di un Terminator e l’intelligenza di un Nobel. In più, è tatuata come Crying Freeman, porta chili di piercing e il suo fisico apparentemente esile nasconde una muscolatura da pugile. In una sequenza di inseguimento in moto, scopriamo che darebbe 10 secondi a Valentino Rossi al Mugello. Quando aggredisce un tipo con una mazza da golf, ci accorgiamo che ha uno swing che Tiger Woods le fa un baffo. Cosa frequentissima tra gli informatici che passano la loro vita davanti a un computer, ha pure una vita sessuale alquanto variegata. Sì, è possibile che ci sia qualche forzatura, in questo personaggio. 

Come dicevo, il film è svedese. Molto svedese. A un certo punto ho cominciato a dubitare che fosse stato girato da un Norvegese che volesse confermare i luoghi comuni sulla Svezia. Ne elenco qualcuno a memoria:

– I personaggi sono piuttosto liberali in materia sessuale (il fortunato protagonista maschile, Mikael, non ha nemmeno bisogno di tentare un approccio, tanto prima o poi tutte le donne ci provano autonomamente con lui)
–  Mikael fa un sacco di cose salubri: colazioni ipocaloriche, jogging nei boschi a -10°, legge molto, dorme regolarmente ed  è in ottima forma fisica (io non credo che sopravviverei impiccato per la gola per una decina di secondi, mentre lui se la cava in scioltezza)
– Per strada, tutti guidano lentamente, tranne Lisbeth
– Nei flashback, le ragazze (altissime e biondissime) esibiscono uno stile emporio Ikea da manuale
– Tutti sono straordinariamente beneducati, inclusi gli psicopatici sul punto di commettere un omicidio (peraltro in ambiente quasi sterile, altro che Hannibal Lecter)
– La cella della prigione in cui Mikael viene rinchiuso ha un aspetto migliore di molte stanze d’albergo dove sono stato. Quando Lisbeth lo va a trovare, lui la riceve in un ingresso con piante ornamentali, mobili Ikea e pareti immacolate. Chi si aspettava Alcatraz, con i detenuti che picchiano contro le sbarre e i secondini sadici, si è dovuto amaramente ricredere (io, ad esempio).
– In una sequenza in flashback, la piccola Lisbeth decide che il riscaldamento nell’auto del patrigno è un po’ troppo basso e si prepara ad alzare la temperatura dando fuoco al riprovevole individuo. Se fosse un film di John Woo, cosa vedremmo? Una scarica di cazzotti sulla fisionomia del Papino, 10 taniche di benzina sparse dentro e intorno all’auto, uno sguardo alla Van Damme e uno Zippo acceso lanciato al rallentatore contro la macchina. Qui? Una tanichetta di combustibile nell’abitacolo (poco, perché in tempi di crisi non è bello sprecare carburante) e un fiammifero – ovviamente uno svedese – lasciato cadere educatamente attraverso il finestrino.
– In una scena particolarmente iconica, Mikael spiega ai nipotini come si preparano le polpettine svedesi (sì, come quelle che si comprano all’Ikea).

… ma inspiegabilmente non compare neppure una Volvo!
  

I miei lettori uomini saranno poco contenti di sapere che il nostro genere esce maluccio anche da questo film. Mikael è simpatico, ma non è che sembri sveglissimo. Quasi tutti gli altri personaggi maschili sono stupratori, assassini o ex nazisti.

Ora, più seriamente, un piccolo avvertimento: se siete molto sensibili alle scene di violenza, cercate qualche elemento di distrazione per la prima parte del film, perché ci sono un paio di sequenze piuttosto esplicite e ho visto diverse persone a disagio in sala: mi limito a dire che l’attore che interpreta il tutore di Lisbeth è molto convincente nel ruolo del viscido. In ogni caso, parlo da spettatore ignorante che non ha ancora letto i libri della trilogia di Millennium, è un film che si guarda volentieri: la regia non mi è sembrata niente di particolarmente fantasioso, ma nel complesso tutto funziona a dovere.

Editorial Note: IMHO implied throughout the whole article   😉

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2 commenti

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2 risposte a “Una Combo di Cinema Nordico

  1. Cri

    Ciao, bella la recensione su Uomini che odiano le donne (l’altro film non l’ho visto ma a questo punto mi è venuta curiosità…).
    Però è un peccato che tu abbia visto prima il film e poi (non so se l’hai già fatto) deciso di leggere i libri…
    In ogni caso, è un po’ “scorretto” parlare di patrigno… Se hai letto il secondo libro della trilogia sai a cosa mi riferisco…
    Comunque, non si tratta di risparmio e non credo nemmeno sia stata una trovata del regista svedese, quella di utilizzare un cartone del latte per dar fuoco alla persona in macchina… Ricordiamoci che Lisbeth ha 12 anni quando compie quell’azione, a 12 anni non puoi andar dal benzinaio a chiedere se ti dà una tanica di benzina da 10 litri…! 🙂

    E poi c’è Asphysia… il browser utilizzato per penetrare nei pc dei malcapitati… Purtroppo lì la storia, sia nel libro che nel film, è fumosa e poco dettagliata… Non si capisce come faccia un browser, installato sui pc delle persone di cui vuol raccogliere dati sensibili, a diventare poi una shell sul pc di Lisbeth…!

    Comunque, nel complesso, la tua recensione è molto meglio di quelle della critica tecnica, quelli si limitano a dare giudizi sulla luce, sulle inquadrature, sui volti dei personaggi! Invece qui ho letto commenti molto più interessanti.

    • fabc68

      Ciao Cri, grazie mille dei complimenti: in effetti non ho ancora letto il libro perché chi me lo doveva prestare si è discretamente dileguato… a questo punto me lo comprerò, non so però se fidarmi della traduzione italiana o puntare su un’edizione in inglese (non parlo lo svedese).
      Per quanto riguarda lo spyware che Lisbeth installa sul Macbook del giornalista, non so come sia descritto nel libro: nel film sembra principalmente un Remote Admin Tool tipo VNC. Lisbeth ha davanti a sè lo schermo della “vittima” aggiornato in tempo reale. In questa pagina di wikipedia, invece, Asphyxia viene descritto più come un tool da Forensic Analysis: http://fr.wikipedia.org/wiki/Mill%C3%A9nium_(romans)
      Infatti viene detto che serve a creare “un’immagine del disco su un server remoto”, quindi consentendo un’indagine offline: forse la shell descritta nel libro è una sessione ssh che Lisbeth apre per andare a lavorare con il server che contiene l’immagine del disco fisso. Nel film invece è molto chiaro che Lisbeth vede in tempo reale quello che sta facendo Mikael: forse è una semplificazione, per far capire meglio la situazione al pubblico cinematografico. Potrei ricordare male, ma nel film mi sembra che Asphyxia abbia un’interfaccia con un menu che elenca i computer raggiungibili (se è così, immagino che voglia dire che Lisbeth non ha RATtizzato solo Mikael…).

      Comunque occorre dire che entrambi gli scenari sono verosimili, ovviamente a condizione che qualcuno riesca prima di tutto a impiantare lo spyware nella macchina della vittima: a livello di accuratezza siamo ad anni luce dall’hollywoodiano “ti cracco la password della NASA al terzo tentativo e lancio lo Shuttle dal PC di casa mia (e poi rimango seduto sul divano in attesa che mi abbattano la porta)”.
      BTW: il tuo blog su Linux è interessantissimo, se permetti lo inserirei nella mia Linkbox.

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