Videocracy

Vincendo il mio naturale imbarazzo per i docu-film, l’altra sera ho visto il chiacchieratissimo Videocracy di Erik Gandini, una pellicola che a quanto sembra è talmente “scomoda” da indurre sia RAI che Mediaset a rifiutare di trasmetterne il trailer. Ho anche letto in giro opinioni molto forti su quest’opera, pro o contro: io l’ho trovato un documentario ben fatto, anche con una sottile malignità se vogliamo, ma non lo definirei un lavoro epocale o tanto destabilizzante da essere messo all’indice.

videocracy

Ho avuto l’impressione che Videocracy sia stato confezionato per un pubblico straniero, forse con l’intento di parlare a quello italiano in maniera indiretta: questo perché alcuni fenomeni della nostra televisione vengono illustrati quasi con pedanteria (è chiaro che a nessun nostro connazionale occorre spiegare chi sono le Veline). Tra l’altro, il film è di produzione svedese: ho l’impressione che i nordici non abbiano dimenticato l’onta dello pseudo documentario degli anni ’60 “Svezia: Inferno o Paradiso?” e si siano voluti vendicare con gli interessi.

Videocracy intreccia una vicenda personale, quella del giovane operaio con la passione del Karate e del canto e che non si vuole rassegnare a una vita nell’anonimato, con la storia televisiva dalla nascita delle emittenti private in poi. Riccardo non vuole diventare un personaggio televisivo perché senta il “sacro fuoco dell’arte”: semplicemente non conosce altre alternative alla sua vita di operaio, che gli sembra vuota perché non gli consente di raggiungere il benessere, la fama eterna e ovviamente l’ammirazione delle ragazze. Spiega che chi va in televisione non muore mai: come Christopher Reeve, che “risorge” ogni volta che qualche emittente passa “Superman”. Il sogno di notorietà di Riccardo è affidato alla sua ispirazione di combinare Ricky Martin e Jean Claude Van Damme (in pratica, esibendosi in atletismi mentre canta qualcosa che in un universo parallelo dove le leggi della Fisica sono diverse dalle nostre, potrebbere essere una cover di “She Bangs”) : all’inizio lo vediamo mentre entra negli studi nelle ultime posizioni della catena alimentare televisiva, ossia tra il pubblico. La cinepresa indugia sui backstage dei programmi e sui provini, dove veniamo rallegrati dallo strip-tease di una signora che a dispetto di una forma fisica acquisita più in cucina che in palestra, non si fa scrupolo di mostrare le proprie grazie (incespicando nelle calze: non avrei saputo fare di peggio nemmeno io e vi assicuro che non è un gran complimento).

Mentre scorrono le immagini dei provini delle Veline, o simili, e quelle dei balletti in studio delle fortunate “che ce l’hanno fatta”, è impossibile non notare l’effetto quasi grottesco della decontestualizzazione. Voglio dire, siamo tutto sommati abituati a vedere terga perizomate balzellare a ritmo in primo piano sui nostri televisori: è diverso vedere la stessa scena priva di suono (o con una musica lugubre) ingigantita su uno schermo cinematografico, moltiplicata fino all’inverosimile. Si recupera un po’ quel senso di imbarazzo che ormai la TV ha ormai anestetizzato.

Sicuramente il parallelo tra questa televisione (eccessiva, kitsch, arrogante, dove chi è timido o parla a bassa voce “non funziona”) e chi ne è il tycoon indiscusso, che la voce narrante chiama sempre e solo “Il Presidente”, non mancherà di infastidire i sostenitori di Berlusconi. In effetti non vi è un giudizio morale negativo esplicito nel film, anche se è ovvio sia nelle premesse che nella conclusione. Tutti gli intervistati si dichiarano ferventi ammiratori del Presidente e ne vengono spesso ricordati gli innegabili successi economici e politici. L’ascesa, l’affermazione e la gestione del consenso vengono descritti e mostrati, più che commentati; questa distanza è piuttosto inconsueta, dato l’argomento: ormai siamo abituati alla presa dichiarata di posizione quando non all’insulto, in questo caso l’effetto è piuttosto spiazzante.

Ho trovato particolarmente interessante ed enigmatico il segmento dedicato a Lele Mora. L’uomo è imperscrutabile, vagamente beffardo, un signore paffuto e quasi papale nella mitezza dei modi. E’ un po’ una versione più “in carne” di Ben, il cattivo di Lost, ed è altrettanto sfuggente.

[BTW: io dico “il cattivo di Lost”, ma dato che in quel telefilm i personaggi diventano buoni, cattivi, muoiono, risorgono, tornano indietro nel tempo, cambiano nome con frequenza giornaliera, magari adesso Ben è diventato un santo e aiuta le vecchiette ad attraversare la strada]
Indimenticabile e tristissima la scena in cui Mora e la sua corte vengono circondati per strada da una folla di persone adoranti che li fotografano con i cellulari, cercano di farsi raccomandare, li toccano…

Altro grande protagonista, nella sua sfrontatezza volutamente amorale, è Fabrizio Corona. La sua trasformazione da re dei paparazzi che disprezza i famosi e ambisce a essere il Robin Hood moderno (che prende ai ricchi per dare a se stesso) a frequentatore dei salotti televisivi e delle discoteche è presa a parabola sulla società mediatica italiana; associazione forse pretestuosa, ma è difficile negare che Videocracy tratti vicende reali, di cui tutti più o meno siamo a conoscenza, senza di fatto inventare o scoprire nulla di nuovo.
Chi critica il film parla di generalizzazioni arbitrarie, volte solo a mettere la televisione italiana e quindi la nostra società (e quindi il Presidente) in una luce negativa: che il fine sia questo, è assolutamente verosimile. Sulla scelta delle figure emblematiche però mi sembra che ci sia coerenza: questi sono o sono stati i protagonisti dei nostri palinsesti e del nostro costume negli ultimi anni e hanno gestito visibilità, notorietà, soldi e tutto quanto ne consegue.  Col passare del tempo ne verranno altri al posto loro, che probabilmente sfrutteranno gli stessi meccanismi. E tra l’altro questo film non è per nulla ingenuo: non aspettatevi i toni accesi alla Michael Moore o le indignazioni tipiche di chi “resiste”. Qui la voce è sempre pacata, il distacco ironico, umiliante, che non concede all’oggetto delle proprie critiche nemmeno l’onore dell’invettiva.

Videocracy è in qualche modo un erede dei “Mondo Movies”, quei finti documentari in cui un’intera popolazione veniva rappresentata da un modello, da un luogo comune o da un preconcetto (gli scandinavi sessuomani disinibiti, gli africani cannibali, gli americani razzisti…): anche ammettendo la connotazione negativa della nostra televisione, il buon senso ci dice che non tutti gli italiani aspirano a essere tronisti o veline e che un palinsesto ci rappresenta ma fino a un certo punto. Ma, parlo ovviamente solo per me, la visione genera disagio perché il quadro, per quanto caricaturale, finische per assomigliare molto al modello.

La conclusione è un beffardo “lieto fine”. Il giovane operaio è riuscito a fare un provino per X-Factor, non è stato ammesso ma la sua esibizione viene mostrata assieme a quelle di tutti i rifiutati. Presentato con pesante sarcasmo da Francesco Facchinetti (e da che pulpito…) come “Riccardo il Tarantolato”, lo vediamo mentre canta sotto gli sguardi derisori della Giuria. Lui sembra piuttosto contento comunque: e anche sua mamma, che probabilmente è meno ingenua di quanto sembra e ha capito che per ora non corre il rischio di vedersi portar via il figliolo da una Velina.

Come sempre, mi piacerebbe scambiare opinioni con chi ha visto il film o conta di farlo, in modo da sentire altri pareri: escluso d’ufficio il signore che era seduto di fianco a me in sala e che non ha taciuto un minuto, perché i suoi commenti li ho sentiti già tutti in diretta durante la proiezione.

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6 commenti

Archiviato in Cinema

6 risposte a “Videocracy

  1. ChuchkNorris fthagn

    Ma c’e’ anche la risposta svedese a “manamana” ?

    • fabc68

      Guarda, direi che se mettiamo “Mahna Mahna” contro “She Bangs” versione VanDammizzata ad opera di Riccardo, gli svedesi ci hanno guadagnato. Nel senso che almeno Mahna Mahna ha spawnato il capolavoro indimenticabile dei Muppets:

      mentre Riccardo “a X Factor” si è dovuto lasciar prendere in giro da uno che quando cantava, stonava pure le pause.

  2. Videocracy è un prodotto per il mercato internazionale, più che per l’Italia.
    Magari in scandinavia uno come Corona può interessare: il guaio è che penseranno “se gli italiani sono così, SE LO MERITANO PROPRIO BERLUSCONI!!!”

    • fabc68

      Ciao Marco, però non è che qui in Italia Corona non interessi o non interessi più: stiamo parlando comunque di un personaggio che la gente comunque vuole vedere, fotografare, toccare etc.
      A parte questo, è chiaro che film come questo possono alimentare i luoghi comuni sugli italiani (per questo l’ho paragonato ai Mondo Movies).
      Videocracy, imho, offre un quadro esatto, ma parziale: a seconda di come la si vede, si può ritenere questa operazione di sintesi corretta, oppure faziosa. Ma in ogni caso, io continuo a non capire perché RAI e Mediaset hanno rifiutato il trailer, alimentando le polemiche: queste operazioni di censura le trovo stupide.

  3. SC

    Mi è piaciuta la tua analisi. La freddezza con cui il film mostra le cose spesso è raggelante, riporta le cose dove stanno. Alcune scene mi hanno trasmesso profonda vergogna, sinceramente. Ma non so fino a che punto questo film serva: lo vedrà una parte di popolazione, quella che nella tv non si riconosce, l’altra parte lo bollerà come comunista e lo eviterà. Interessante, ma non sconvolgente, credo che la lobotomizzazione televisiva sia la punta dell’iceberg di una decadenza morale e sociale piu’ profonda.

    • fabc68

      Ciao SC, grazie mille per il tuo commento. Certamente molte persone rifiuteranno di vedere questo film per motivi ideologici e perché si sentiranno offesi nella propria coscienza politica. E immagino che anche da sinistra l’operazione potrà risultare “incompleta” appunto perché manca una sintesi: è un film che non “appaga”, in questo senso, ma non toglie nulla al fatto che si tratti di un’operazione molto interessante.

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