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Fammi La Faccia Cattiva

Ripensando a Twilight e ad altri film recenti, specialmente con protagonisti giovani, mi sono chiesto una cosa: che fine ha fatto il concetto di “espressione”? Parlo di espressioni del viso, tipo “fare la faccia cattiva, spaventata, triste etc.”: nel cinema classico, era parte del bagaglio tecnico indispensabile per qualunque attore.

Non voglio generalizzare, ma ho l’impressione che questo non sia più così fondamentale o nemmeno richiesto, specialmente alle giovani superstar dello schermo. Ci sono eccezioni, ad esempio mi viene in mente il Ron di “Harry Potter” che è capace di divertenti espressioni comiche (Daniel Radcliff, se posso osare, mi convince già meno anche se è fisicamente perfetto per la parte, forse troppo perfetto).  In Twilight non ricordo di aver mai visto cambiare espressione a Robert Pattinson – il vampiro Edward – mentre la sua partner Kristen Stewart ne aveva essenzialmente due: una quando era verticale, l’altra quando stramazzava per terra o dava di fronte contro un ostacolo solido (sto cercando di dimenticare il primo piano di lei che perde conoscenza mentre cercano di toglierle il veleno iniettato dal vampiro James).
Non voglio sembrare un vecchiaccio retrogrado: la stessa cosa è vera anche per attori più maturi. Keanu Reeves è perfetto per Matrix, dato che la parte non richiede inflessioni umane: se lo avete mai visto in “L’Avvocato Del Diavolo“, avrete probabilmente l’impressione di un compito fatto per metà. C’è la presenza fisica, la recitazione è credibile, ma il viso non esprime abbastanza. Ok, il fatto che ci sia Al Pacino non aiuta: rubargli la scena sarebbe praticamente impossibile per chiunque, ma anche fargli da spalla non deve essere facile. Se Pacino sia espressivo o no, credo non valga nemmeno la pena di discutere: nemmeno la costrizione di dover mantenere lo sguardo fisso e vuoto in “Scent of a Woman” limita la mobilità del suo viso.
Clint Eastwood veniva spesso tacciato di essere legnoso: nei panni di “Dirty Harry” l’accusa aveva in effetti un fondamento, mentre sotto la direzione di Sergio Leone anche la sua poca mobilità facciale diventava un mezzo espressivo. Felice eccezione che conferma la regola, in fondo.

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