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Prese Per l’Occulto

Mi ero sempre chiesto perché una televisione tradizionalmente votata alla diffusione della cultura e dell’obiettività scientifica come Italia Uno lasciasse a RAI 2 e al suo Voyager il monopolio sull’informazione “alternativa”. Ora fortunatamente il gap è stato colmato e possiamo avere un altro programma che ci racconta come stanno veramente le cose: Mistero, condotto da Enrico Ruggeri. 
Quando ho sentito l’annuncio di questa nuova trasmissione, le mie aspettative sono schizzate alle stelle: Ruggeri avrebbe sfidato la “conoscenza comune” (le fonti ufficiali, la scienza convenzionale) oppure avrebbe attaccato direttamente le tesi di Voyager? Possono coesistere due informatori alternativi?

In effetti la visione del programma non è che abbia proprio sciolto il quesito…

Dopo il salto-pagina, la “sconvolgente cronaca”(tm) della mia serata davanti alla televisione!! Continua a leggere

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La Femme Nikita

Qualcuno tra i passanti avrà notato, nella mia autobiografia, l’annotazione “unico tra i suoi conoscenti, gli è piaciuto il telefilm Nikita”: ora che Rete 4 sta trasmettendo la prima serie (ore 20.30), forse è venuto il momento di spiegare il senso di quell’affermazione.
Ai tempi in cui Rai Due passava le prime puntate, provai senza successo a convincere amici e amiche a seguire il telefilm; la maggior parte di loro lo trovava noioso, con troppi dialoghi e poca azione, ed eccessivamente cerebrale: il che è senz’altro vero.
A me piacevano soprattutto l’atmosfera cupa e il cinismo delle situazioni. Una cosa che ho sempre trovato assurda nei classici telefilm polizieschi americani è l’allegria insensata che li pervade; avete presente la situazione: al protagonista sparano ripetutamente addosso, cercano di fare la pelle ai suoi amici e parenti, lui fa secca una mezza dozzina di persone demolendo numerose automobili e arredi urbani, ma tutto si conclude con pacche sulle spalle dei colleghi (superstiti) e grandi risate. Ma sì, in fondo il bene ha trionfato e tutto andrà di incanto fino alla prossima puntata. “La Femme Nikita” è decisamente diverso…
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Fab Risponde

Oggi ho dato un’occhiata ai termini di ricerca inseriti dai visitatori del blog, giusto per vedere che cosa li ha portati qui (nella maggior parte dei casi, direi i capricci di Zio Google…). Perciò questo post si propone il meritevole compito di rispondere alle domande e ai dubbi più frequenti di chi si trova a passare di qui: ovviamente non sto nemmeno a dirvi che non ho alcuna competenza per la maggior parte delle cose che scrivo, quindi decidete un po’ voi se seguire o no i miei vaticinii.

Leggete le Q&A dopo il salto pagina.

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Talenti

Un recente post sul blog dell’amico Guido mi ha dato da riflettere sul fenomeno dei Talent Show. Come molti della mia generazione, sono cresciuto con troppa TV, ma all’epoca i Reality non erano ancora la moda del momento: direi che la cosa più simile ad Amici era lo Zecchino d’Oro. E per quanto mi intrighi, fatico a immaginare i bimbetti dell’epoca afferrare il microfono e dire al Mago Zurlì “No, guarda, mi hai molto deluso perché sei stato falso” (l’accusa che qualunque concorrente di un Reality deve pronunciare almeno una volta).

Il “nostro” Talent Show preferito (anni ’80) era fittizio. Voglio dire, dichiaratamente fittizio, nel senso che era un telefilm, derivato dal film di Alan Parker “Fame“: quel “Saranno Famosi” di cui la scaltra Maria nazionale aveva preso a prestito il titolo per il suo show.

 Gli ingredienti erano quelli che troviamo nei programmi odierni: giovani talentuosi e ambiziosi, inquieti e ribelli, che spesso si scontrano con i propri insegnanti o con i genitori. I protagonisti del telefilm erano studenti della High School of the Performing Arts di New York: attori, musicisti, cantanti e danzatori. Per le prime serie, le loro vicende erano strettamente legate ai loro progressi artistici: nelle ultime, iniziando a scarseggiare le idee, venivano inseriti elementi da telefilm “tradizionale”, tipo l’inevitabile puntata sull’alcolismo, quella sull’anoressia, quella sul genitore che si risposa e (momento tragico per qualunque fiction) quella sul paranormale.   

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Saturday Night Che?

Ieri sera stavo leggendo un corposo manualone e (vecchio vizio dei tempi della scuola) guardando la TV. Con un certo senso di stupore mi sono imbattuto in una cosa che dovrebbe essere la versione italiana del Saturday Night Live su Italia 1. Dico stupore perché mettersi sulle spalle il fardello di un titolo così “pesante” è già da pazzi: farlo, e poi mandare in onda uno show talmente misero, è veramente sconsiderato. Come ho sentito dire una volta a un DJ in radio, “è come uno che vuole sfilare in passerella, ma è un cesso”.

Cito in ordine sparso i momenti topici, o almeno quelli che ho memorizzato: la sigla iniziale stile SNL con le riprese di Milano in notturna “mosse” tipo Lucignolo (una roba di un kitsch bestiale), l’ospite Franco Trentalance che fa il servizietto alle ragazze del cast, il classico sketch del notiziario di una noia atroce, una scenetta sui Queen che non riesco nemmeno a descrivere.

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Wipefile Stile “CSI Miami”

Mi piace “CSI Miami”: è meno angosciante del “CSI” originale, le indagini sono interessanti, la regia e la fotografia sono strepitose e Horatio è un grande. Mi piace il suo stile e il suo gusto per le battute secche e che non ammettono repliche: anche perché lui esce sempre dall’inquadratura dopo averle pronunciate. Qui c’è una grande imitazione di Jim Carrey:


“I think he’s afraid they might have a comeback”, ROFL

Nella puntata andata in onda venerdì, la squadra indaga su tre omicidi compiuti con un’arma che spara 100.000 proiettili al minuto, disintegrando il bersaglio: è pittorescamente nota come “Il Vaporizzatore”. Tra depistaggi di agenzie governative, servizi segreti e mercenari traditori, gli investigatori sequestrano un computer appartenuto a un losco personaggio colluso e cospiratore.

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Mary Poppins Meets Ninì Tirabusciò

Poteva essere una domenica mattina come tante altre (leggi: sveglia a mezzogiorno, doccia hollywoodiana e caffè) e invece stavolta mi sono alzato prima del previsto e ho sconsideratamente acceso la TV. E ho visto.
Ho visto il futuro della fiction italiana. Si chiama “Anna e i Cinque”.

Ho guardato tutta la puntata (la replica di quella andata in prime time qualche sera addietro) poi ho fatto quello che faccio sempre nei momenti di incertezza: ho sguinzagliato Google per capire a cosa avevo appena assistito. E ho letto che questa nuova fiction è:

1) un grande sforzo produttivo
2) con attori di qualità
3) una favola moderna

Dato che i punti 1 e 2 mi erano completamente sfuggiti e che ho sempre nutrito il sospetto che la “favola moderna” sia una scusa per contrabbandare qualunque sceneggiatura inverosimilmente consolatoria, ho deciso di riassumere qui la mia esperienza sperando che qualche volonteroso mi spieghi dove sto sbagliando. Clicca QUI per lasciarti modernamente affabulare

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Voyager, o Delle Innocue Ossessioni

Ammetto che a volte le mie frequentazioni televisive sfiorano il paradosso: io sono uno scettico per natura, diffido profondamente del paranormale e ho troppa vergogna della mia ignoranza in materia scientifica per apprezzare la pseudo-scienza. Eppure, ogni volta che mi imbatto in una puntata di Voyager, passo decine di minuti incollato allo schermo, inveendo come un lunatico contro Giacobbo. Sono una perfetta tele-vittima, non mi perdo nemmeno un Chupacabra in salamoia, ambisco a possedere un elicottero nero e ormai potrei sezionare alieni a occhi chiusi.

Ho perso il debutto della nuova stagione, che prometteva sconvolgenti rivelazioni su Machu Picchu – le stesse di cui la popolazione locale ride a crepapelle da anni, come mi assicura un amico che ha visitato quella zona. Per compensare, ho visitato il sito della trasmissione (no, non lo metto il link: ho deciso di entrare nei Men in Black quindi insabbio anch’io) per dare un’occhiata ai video più promettenti.

E santo cielo, ne trovo uno che mi spiega la storia di come Paul Mc Cartney sia morto nel 1966, quando i Beatles erano all’apice del successo, e sia stato rimpiazzato da un sosia. Continua dopo la pubblicità: CLICCA

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L’arte dello Storytelling

Stasera ce l’ho fatta: ho guardato quasi per intero la terza puntata di “Il Sangue e la Rosa”. Mi aveva incuriosito il finale della prima, venti memorabili secondi durante i quali la bella di turno veniva rapita in carrozza da un Barone lascivo (probabilmente non era un barone, ma mi piace pensarlo così) che scrutandola da sotto i sopracciglioni con gli occhi un po’ alla Ben Turpin le chiedeva lubrìco una cosa del tipo “Signorina, ma lei ha mai partecipato… a un’orgia?!”. Alla reazione sdegnata della figliola, il bruto reagiva appioppandole una saracca al mento e lanciando la carrozza a tavoletta per le strade di Roma – a proposito, ne “Il Sangue e la Rosa” in tutte le strade di Roma c’è un mercato, a qualunque ora del giorno: ma fortunatamente al momento del ratto è notte fonda e nessuno viene stirato dal cocchio. Clicca qui per lo sconvolgente seguito

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Sceneggiatori vs. Informatici

Non so come ho fatto a perdermi questa fondamentale notizia, ma pare che in Aprile di quest’anno gli stanchi lombi hollywoodiani abbiano partorito il sequel che tutti stavamo aspettando: “Wargames”! La perla si intitola “Wargames: The Dead Code” e qui ne potete vedere il trailer. Il fatto che sia stato rilasciato direttamente su DVD non ispira moltissima fiducia, ma insomma…

Perché è importante? Perché è il sequel dello storico Wargames del 1983, che con tutti gli errori informatici che contiene, rimane pur sempre una delle rappresentazioni più fedeli della nobile arte dell’hacking. Certo, bisogna perdonare alcuni piccoli dettagli (tipo: perché un super-computer della Difesa è collegato alle linee telefoniche? come mai il pc del protagonista cracca le password in modalità brute force con velocità sovrannaturale, quando quel tipo di operazione nella realtà richiedeva dei giorni? perché tutti i computer hollywoodiani hanno un sintetizzatore vocale? etc. etc.): ma in effetti ci sono esempi più recenti che hanno commesso errori ben più grossolani. CONTINUA

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